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Il sito fortificato di Serro di Tavola (Aspromonte)

Un sito fortificato del VI secolo a.C., sul versante ovest del promontorio di Spilinga in Calabria

Di Attanasio Salvatore


Il sito archeologico di Serro di Tavola fu scoperto per caso nel 1983 durante lavori di rimboschimento eseguiti dal Corpo Forestale dello Stato sul lato ovest del promontorio di Spilinga. Questa località si trova nel comune di Sant'Eufemia d'Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria, all'estremità meridionale del versante tirrenico calabrese, e si posiziona proprio all'estremità settentrionale del promontorio di Spilinga. Il sito archeologico sorvegliava un importante percorso di collegamento tra la piana di Gioia Tauro e la polis calcidese.


Planimetria del complesso archeologico.


Per chi proveniva da nord e desiderava raggiungere la colonia calcidese, il costone montagnoso del Serro fungeva da vero e proprio ponte di collegamento, rappresentando la via di terra più breve e migliore possibile.

Questi percorsi permettevano di accedere alle risorse agrarie più significative di Rhegion, situate nei piani d'Aspromonte, un vasto complesso di terrazzi pianeggianti di origine marina, situati ai piedi del massiccio montuoso di Montalto (1955 m s.l.m.).

Un sentiero risale ancora oggi il costone montagnoso del Serro seguendo la linea di displuvio; il tracciato, nel punto di arrivo sull'altopiano, passa lungo il muro perimetrale ovest del complesso archeologico.

È evidente, quindi, l'importanza di questo sito, la cui interpretazione è ancora oggi controversa e oggetto di discussione, passando da una postazione di tipo militare a un insediamento indigeno, fino all'ipotesi di una trasformazione dell'insediamento da funzione militare ad agricola, in relazione alle diverse fasi di vita del complesso.

Non è da escludere che nel complesso vi fossero anche forme di culto.

Le strutture archeologiche emerse a Serro di Tavola si distinguono per la loro indubbia peculiarità sia dal punto di vista della realizzazione tecnico-costruttiva, sia per la singolare planimetria.

Il sito archeologico fu indagato durante varie campagne di scavo condotte tra il 1984 e il 1991, con una ricerca prevalentemente in estensione per acquisire quanto più possibile la planimetria del complesso.

Nel complesso si individuano tre fasi edilizie ben distinte, la più antica delle quali è rappresentata da un tratto di muro di cinta lungo circa 17 m, che attesta la prima fase edilizia del sito.

Si conserva solo la fondazione, con una larghezza variabile tra 1 m e 1,50 m circa. Il tratto di muro messo in luce ha un andamento pressoché rettilineo, in direzione E-W, ad eccezione della parte più occidentale, dove mostra un'articolazione a baionetta, in relazione alla quale si nota anche un aumento della larghezza della fondazione; essendo la struttura conservata solo nella fase della fondazione, è possibile solo ipotizzare in questo settore la presenza di un ingresso o di una torre.

Questa prima cinta e il suo piano di calpestio originario furono demoliti al momento della costruzione della seconda fase edilizia del complesso. Non essendo stati rinvenuti materiali all'interno della fondazione stessa, mancano altri contesti stratigrafici che ne consentano una datazione precisa.

La demolizione di questo muro avvenne contemporaneamente alla costruzione di una nuova cinta fortificata, che segna una nuova fase progettuale del sito. Questa nuova cinta muraria, di forma quadrangolare, è orientata secondo il nord geografico, in armonia con l'orografia del pendio.


Il muro di cinta di seconda fase, utilizzato come fondazione della cinta di terza fase.


Una tamponatura suggerisce che ci sia stato un secondo ingresso sul lato meridionale per un certo periodo. La planimetria dell'edificio è un quadrilatero la cui irregolarità è dovuta alla necessità di adattarsi all'altimetria del terreno.

È importante notare che i lati dell'edificio che risultano più regolari sono quelli meno protetti dall'orografia del terreno, con una superficie complessiva che supera i 2200 m².

Lungo il lato meridionale, una parte dell'alzato, costruito in terra argillosa pressata, è ancora visibile poiché è sigillato dallo zoccolo di fondazione della cinta muraria della terza fase.

In alcuni punti, il muro inizia a mostrare la particolare tecnica edilizia che caratterizza questo sito e che verrà utilizzata in modo più sistematico nelle strutture della terza fase edilizia.

A intervalli regolari all'interno del muro, vengono posizionate verticalmente, come piedritti, schegge di pietre di maggiori dimensioni, su cui poggiano pietre più piccole, creando quasi una sorta di archetti irregolari.

Si tratta di un espediente costruttivo che permetteva di rinforzare e irrigidire una struttura costituita in gran parte da pietrame di piccole dimensioni. La cinta muraria risultante era probabilmente più resistente alle scosse di terremoto, frequenti in questa zona, poiché era in qualche modo rinforzata all'interno con archi di scarico capaci di resistere alle sollecitazioni sismiche.

Non abbiamo informazioni sulle strutture interne dell'edificio nella seconda fase, ma si può ipotizzare che la struttura intravista servisse l'ingresso del complesso, posizionato per evidenti scopi difensivi in una posizione marcatamente arretrata rispetto al perimetro esterno.

La terza fase edilizia fu preceduta dall'abbattimento generale delle strutture in crudo della seconda fase. L'edificio fu ricostruito integralmente ma in forma ridotta, situandolo a ridosso del muro perimetrale sud della cinta precedente. Il nuovo edificio conserva ancora una pianta quadrilatera ma in dimensioni molto ridotte. La conoscenza del nuovo complesso è limitata al suo corpo centrale, per una superficie complessiva di circa 1120 m².

Questo corpo centrale è articolato internamente in una corte centrale aperta su cui si affacciano numerosi ambienti disposti lungo i lati in sequenze regolari.

Lungo il lato sud si trovano tre vani con caratteristiche e dimensioni simili, separati da muri divisori interni e chiusi a sud dal muro perimetrale del complesso.

In ciascuno di questi ambienti è stato trovato un focolare, acceso al centro del vano, direttamente sul piano pavimentale, con due pietre collocate diametralmente che rappresentano probabilmente il supporto degli alari per lo spiedo.

Nell'ambiente III, i pavimenti battuti erano sigillati dal crollo del tetto di tegole piane, del tipo consueto con alette laterali.


Il vano III, visto da sud, con il crollo di tegole dal tetto.


Il vano VIII si trova nell'angolo nord-est dell'edificio ed è incastrato tra due vani adiacenti.

Non lontano da questo spazio, fu eretto un muro parallelo di funzione incerta. È possibile che questo muro indichi la presenza di una stretta scala che conduce a un piano superiore, con accesso probabilmente da sud. La presenza di una scala potrebbe suggerire che questo vano d'angolo avesse una funzione di torre, considerando anche che l'angolo nord-est dell'edificio offre la migliore visuale sulla strada che sale all'altopiano.

In questa terza fase della vita del complesso, la particolare tecnica costruttiva precedentemente illustrata, evidente attraverso la sequenza di archetti sulla superficie della struttura, è ampiamente utilizzata, soprattutto nelle murature più importanti.


L'ambiente VIII all'angolo nord est visto da sud.


La determinazione della cronologia assoluta delle tre fasi edilizie individuate si basa su reperti trovati in pochi strati abitativi finora esaminati.

È importante notare che la ceramica rinvenuta è tutta di produzione greca, principalmente di tipo attico.

In sintesi, per la cronologia della prima fase abbiamo solo il terminus ante quem della sua distruzione, avvenuta negli ultimi decenni del VI secolo a.C., periodo in cui si deve collocare la costruzione della cinta muraria nella seconda fase. La terza fase va collocata una generazione dopo la seconda, intorno al 490-480 a.C.

La fine dell'insediamento non sembra essere legata a eventi traumatici: mancano tracce significative di incendi e l'assenza di reperti metallici come alari e spiedi indica che tutta l'attrezzatura possibile è stata recuperata al momento dell'abbandono del sito. Dopo questa data, il sito cade in totale abbandono e, allo stato attuale delle indagini, non vi sono tracce di utilizzo, anche parziale, delle strutture.

In conclusione, si ritiene che il complesso edilizio rappresenti un punto di controllo del territorio reggino; la posizione topografica e lo spessore delle mura perimetrali, insieme al carattere pubblico del complesso, suggeriscono una finalità militare. L'interpretazione più plausibile è quella di un sito fortificato sede di una piccola guarnigione in grado di garantire il controllo della strada di risalita dalla piana di Gioia Tauro verso il cuore del territorio di Rhegion.

Questa interpretazione del complesso edilizio di Serro di Tavola non esclude che il luogo possa aver avuto anche un significato sacro e potenzialmente legato a cerimonie di culto, considerando la generale volontà, in antico, di sottoporre alla protezione divina la necessità collettiva di sicurezza del territorio. Limitati interventi di rimozione della vegetazione superficiale condotti sull'altopiano a poche decine di metri dal muro di cinta hanno rivelato nel 1986 indizi di una presenza antropica di natura imprecisata. Al momento attuale, non è possibile formulare ipotesi interpretative di queste tracce; si intuisce solo la possibilità di una presenza integrativa di natura diversa, forse indigena, che potrà essere chiarita in futuro solo attraverso indagini più estese.


L'ambiente VIII visto da nord.


Bigliografia

Di Massimo Brizzi e Liliana Costamagna. Il sito fortificato di Serro di Tavola (Aspromonte).


Parole chiave

Polis - Il termine polis (dal greco antico πόλις, plurale póleis) indica la città-stato dell'antica Grecia. Non era solo un agglomerato urbano, ma una comunità autonoma e indipendente in cui i cittadini (i politai) condividevano le stesse leggi, la religione e una partecipazione attiva alla vita politica.

Rhegion - Rhegion (in greco antico Ῥήγιoν?, Rhéghion) è l'antico nome della colonia greca di Reggio Calabria.

Terminus ante quem - Il terminus ante quem (dal latino "termine prima del quale") indica la datazione limite o il punto cronologico ultimo entro cui un evento, la stesura di un documento o la formazione di uno strato archeologico devono essere avvenuti. Significa che il fatto è sicuramente anteriore a tale data.


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